Ultimi arrivi

Eduardo raccontato dagli altri: centoquarantacinque voci, con molte testimonianze inedite, raccolte sul campo, a comporre pazientemente un mosaico di opinioni e di aneddoti, in un gioco di contrapposizioni e di rimandi, proprio come piaceva all'autore di tante situazioni, e parole, imbrogliate. Attrici e attori, registi, critici, giornalisti, ma anche persone comuni, spettatori, segnati da una sua parola, da un pensiero illuminante, sul quale riflettere, poi. Luci ed ombre, verità e spiritose invenzioni, teneri pudori e rabbie impreviste, si alternano in un percorso non casuale sul filo di luoghi e di temi fondamentali di una vita travagliata, alle volte convulsa e drammatica, alle volte struggente come il 'largo' di una sinfonia. Questo era dunque Eduardo, misterioso e inafferrabile, irritante e adorabile, commovente e commosso. Napoletano, italiano, europeo, per un teatro dei sentimenti, senza confini. A oltre vent'anni dalla morte, Eduardo è più che mai attuale, perché il mondo da lui esplorato ha in sé valori e disvalori fondamentalmente universali. E con lui si può guardare oltre. Verso la verità? Dal teatro alla vita, come davanti a uno specchio. Oblungo, convesso, finto?
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Alcune linee attraversano e collegano fra di loro i saggi che qui si presentano, consentendo di leggere il disegno complessivo a cui rispondono, quello cioè di esplorare non solo le nuove configurazioni che affiorano dopo che il digitale ha “esploso” – o imploso – modi, mezzi e oggetti (se vogliamo attenerci alle categorie classiche della drammaturgia), ma anche di saggiare, a fronte di questo compito, la tenuta complessiva degli apparati metodologici che il fine-millennio ci ha consegnato. In questa prospettiva i punti di osservazione più idonei si attestano nelle zone di “confine”, per cogliervi i processi di slittamento, la dissoluzione progressiva delle frontiere, lo scambio sempre più frequente fra le marche che segnalano la diversità dei territori, invalidandone ogni proprietà identitaria. Abitarne le linee infatti significa il più delle volte denunciarne la virtualità, privarsi delle funzioni distintive e oppositive che ci consegnano. Azioni in loop, percorsi di smarrimento, tempi reiterati, immagini aptiche sono segni sintomatici di un'assenza, di una sensibilità dei diversi enunciati a configurarsi in modalità nelle quali né si dà ai casi tutela narrativa, né il mandato narrativo è affidato alla composizione dei casi. È l'altro lato del mondo digitale, che invece sembrerebbe destinato a resuscitare i fasti della narrazione classica moltiplicandone i ribaltamenti e accreditandola con l'iperrealismo degli effetti speciali e con l'ipertrofia dei processi di pre e postproduzione; piuttosto che per proliferazione delle vertigini metatestuali, i passages qui esplorati, ospitano il pensiero del mutamento per la perdita di corpo e luogo che esibiscono, per l'esperienza del vuoto che manifestano.
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En 1945, naît en France, sous l'impulsion de Roger Pic et avec près d'un demi-siècle de retard, ce que l'on pourrait appeler la photographie de mise en scène par opposition au portrait d'acteur qui représentait la majeure partie de la production photographique ayant trait au théâtre
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Pittura Fotografia Film" (1925) di Làszló Moholy-Nagy è insieme il manifesto teorico della fotografia moderna, una riflessione sull'opera d'arte nell'epoca della sua riproducibilità tecnica scritta dieci anni prima del saggio di Benjamin, e un testo di teoria dei media e della cultura visuale che continua a stupirci per la sua attualità. Da un lato va considerato come uno dei documenti decisivi di quella straordinaria stagione di riflessione sul ruolo culturale della fotografia e del cinema che furono gli anni Venti e Trenta, in stretta relazione con gli scritti di registi e teorici come Vertov, Epstein, Benjamin e Kracauer, le sperimentazioni fotografiche di Man Ray e Rodcenko, i fotomontaggi dei costruttivisti russi e dei dadaisti berlinesi, il cinema astratto di Ruttmann, Eggeling e Richter. Dall'altro può essere letto come un testo che introduce per la prima volta alcuni dei temi ancora oggi al centro della teoria dei media e degli studi sulla cultura visuale: la capacità dei media di riorganizzare l'esperienza sensibile degli individui, il ruolo dell'arte nella sperimentazione di un uso umanistico-estetico della tecnologia, gli effetti epistemologici e sociali di quel primato del visivo che proprio allora cominciava a manifestarsi in piena evidenza.
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José Guadalupe Posada (1852–1913) was Mexico's most illustrious graphic artist. For over forty years he worked tirelessly as an incorruptible and truly popular artist, illustrating cookbooks and fortune-telling books, collections of songs and riddles, periodicals and newspapers, children's books and novels, and most of all famous broadsides that were distributed throughout the country. After his death he was venerated by the artists of the new generation — Rivera, Orozco, and many others, who realized that he had both saved and renewed the art of engraving in Mexico, and incorporated much of Posada's imagery into their own work
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