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Rome, civilisation des spectacles, est connue pour les jeux du cirque, mais on ignore que le théâtre y tint une place au moins aussi importante. Les Romains, dès la République, allaient au théâtre dix fois plus que les Athéniens.Ce livre veut donc rendre justice à la tragédie, la comédie, mais aussi au mime et à la pantomime romaine. Car ce théâtre fut aussi profondément original. Par la place qu'il tint dans la vie du citoyen romain, comme espace de libertés – liberté politique et libération de l’imaginaire. Par le statut ambigu des acteurs: véritables stars, ils fascinent les Romains, reçoivent des cachets somptueux et sont suivis par des foules d’admirateurs, en même temps qu’ils sont marqués d’infamie et assimilés à des prostitués. Par le caractère musical des représentations, chantées et dansées, où il faut voir l’origine de l’opéra.Il est impossible de comprendre ce que fut véritablement Rome si l’on ne reconstitue pas ce loisir privilégié du citoyen, qui peu à peu dévora sa vie privée et publique, au point que saint Augustin, à la fin de l’Empire, définira le Romain comme un spectateur, pour ainsi dire, " drogué " de théâtre.
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Questo libro, riproposto a distanza di oltre trent'anni dalla sua prima edizione (1983), racconta di un teatro che «non c'è più» e che tuttavia non smette di riguardarci da vicino e di interrogarci ancora oggi. Riferendosi a eventi e tematiche teatrali che vanno, all'incirca, dal 1968 al 1977 (tanto per scegliere due date tutt'altro che casuali), è un libro di «storia», che parla di «fatti storici». O meglio, si tratta di una cronica, di una raccolta di mémoires pour servir alla storia del teatro di ricerca e sperimentazione nel secondo dopoguerra. In particolare, è tra la fine degli anni Sessanta e la prima metà dei Settanta che il Nuovo Teatro gioca con utopico fervore tutte le sue carte (ritrovandosele, spesso, bruciate in mano o trasformate in vuote parole d'ordine): ricerca collettiva, laboratorio, decentramento, teatro politico, partecipazione, lavoro di base, animazione, festa. In questi saggi - scritti in un arco di tempo che va dal 1973 al 1982 - l'attenzione di De Marinis si rivolge appunto, fra l'altro, alle esperienze più avanzate (più «al limite») e significative al riguardo (quelle di Grotowski e del suo Teatr Laboratorium, dell'Odin Teatret di Eugenio Barba, di Giuliano Scabia - cui è dedicato un intero capitolo -, di Peter Brook, del Living Theatre, del Movimento del Settantasette e altre ancora), con lo scopo di restituire - «a caldo» - alcuni momenti e di discuterne criticamente presupposti e implicazioni, precedenti e risonanze. Ricordando con rabbia, costringendoci (al di là di ogni facile atteggiamento liquidatorio ma anche al di fuori di qualsiasi intento agiografico o, peggio, furbescamente revivalistico) a rifare i conti con questi ormai lontani «dieci anni che (non) hanno cambiato il teatro». Per non ripetere il passato, e i suoi errori, bisogna conoscerlo. Questo si dice di solito per giustificare gli studi storici. E ciò dovrebbe essere vero a maggior ragione per un periodo tumultuoso e controverso, ma indiscutibilmente creativo anche e soprattutto in teatro, come gli anni Sessanta-Settanta, di cui questo libro ci parla con appassionata ma non arbitraria tendenziosità. Un suggestivo intervento di Moni Ovadia introduce il volume
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Ricerca storica che vuole richiamare l'attenzione sulle non comuni capacità imprenditoriali dell'attrice europea più famosa del 1800: Adelaide Ristori. È con lei che nel periodo 1853-1874 la scena di prosa tradizionalmente concepita in senso artigianale assume dimensioni industriali moderne
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Nel suo esprimersi mediante il movimento, o motricità nelle diverse forme, il corpo suscita un notevole interesse pedagogico. Nella sua ambiguità esso rappresenta, infatti, un costituente essenziale del divenire dell’identità umana, che però lo trascende pur essendone parte. Il ‘corpo e il suo agire’ vengono considerati nell’analisi del percorso formativo dell’uomo e della donna. Non si intende fornire una descrizione delle performance motorie e/o sportive a cui una persona può ambire nelle età della vita secondo una visione biomeccanica, neurologica, fisiologica e tecnicistica del corpo, bensì si vuole riconoscere l’importanza dell’approccio pedagogico, ecologico ed olistico per cogliere la persona, dinamicamente e originalmente intesa, nelle sue crescite interrelate, nella sua totalità. Accompagnare ogni persona dalla nascita alla morte a scoprire la propria identità corporea gestendone i cambiamenti significa aiutarla ad assumere consapevolezza del suo essere biologico e biografico, a governare se stessa e i suoi dinamismi-adattamenti fisici, psichici, sociali e spirituali, e quindi il suo cammino di autorealizzazione. Il corpo veicola i multiformi processi di crescita e l’educatore sportivo, nelle diverse vesti in cui si presenta, cioè di insegnante di educazione fisica, di coach, di allenatore, di animatore sportivo, di terapeuta, deve esserne pienamente consapevole. L’educazione motoria e sportiva, inserita nel percorso di sviluppo integrale dell’individuo e di valorizzazione della sua azione intenzionale, consente alla persona di allenarsi per la vita ad essere autenticamente se stessa.
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This collection offers a response to the view that migration disrupts national heritage. Investigating the mediation provided by migrant art, it asks how we can rethink art history in a way that uproots its reliance on space and place as stable definitions of style. Beginning with an invaluable overview of migration studies terminology and concepts, Art and migration opens dialogues between academics of art history and migrations studies through a series of essays and interviews. It also re-evaluates the cultural understanding of borders and revisits the contours of the art world - a supposedly globalised community re-assessed here as structurally bordered by art market dynamics, career constraints, gatekeeping and patronage networks.
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Una storia dell'attore di teatro, prevalentemente nell'ambito della cultura occidentale. Una storia in cui si trovano, nella loro esemplarità, i grandi protagonisti - da Tespi a Molière, da Eleonora Duse a Dario Fo -, ma che vuole essere più una storia del ruolo dell'attore nella società e nei meccanismi dello spettacolo delle diverse epoche e culture, una storia delle poetiche d'attore, degli stili recitativi, delle estetiche, delle tecniche. Con un'impostazione didattica ma rigorosa, in grado di dar conto più delle "ragioni" che delle storie personali, più delle estetiche e del contesto sociale che dei singoli fenomeni. Il volume è diviso in due parti, un profilo storico che disegna le forme della recitazione dall'attore greco a quello contemporaneo, e una seconda parte, in cui si tracciano le linee di alcuni percorsi trasversali, di alcuni nodi che attraversano tutta la storia dell'attore.
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I personaggi sono fatti della materia di cui sono fatti i sogni, secondo la straordinaria immagine che usa Prospero nella "Tempesta" di Shakespeare. Gli attori sono invece della materia di cui è fatta la realtà: di carne e sangue, respiro e voce, gesti, azioni. E agiscono nello spazio e nel tempo, qui e ora. Personaggio e attore appartengono a due mondi separati, diversi, eppure devono trovare un modo e un luogo in cui incontrarsi, perché di questo è fatta, tradizionalmente, la rappresentazione teatrale. Il luogo dell'incontro è naturalmente il palcoscenico, in cui agiscono gli attori ma che agli spettatori appare la casa in cui abitano i personaggi. Questo è il lascito del teatro della tradizione alla cultura teatrale del Novecento. Ma il Novecento è trasgressivo e radicale, sempre poco disponibile al rispetto della tradizione. Dal Simbolismo alle Avanguardie storiche, da Stanislavskij a Mejerchol'd, da Craig a Vachtangov, da Artaud a Brecht, da Grotowski al Living Theatre, da Peter Brook a Eugenio Barba, da Lee Strasberg a Dario Fo, i teorici e gli attori del Novecento hanno spesso rotto, o almeno allentato, il legame così stretto che li univa ai personaggi.
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La storia dell'interprete ottocentesco europeo viene ripercorsa in questo libro rivolgendo lo sguardo verso due aspetti diversi ma parimenti importanti dell'universo recitativo dell'epoca: da un lato, si analizzano le modalità organizzative del mestiere, le condizioni di lavoro e la prassi quotidiana e, dall'altro, si esaminano gli aspetti fondamentali della teorizzazione sull'arte attorica. Si discutono quindi la formazione dell'interprete, la preparazione della parte, la condizione stanziale e quella itinerante, le tournée ecc., ma si fornisce anche un profilo delle riflessioni sulla natura appassionata o distaccata dell'attore, dell'avvicendarsi di concezioni realistiche e metafisiche della recitazione, e delle soluzioni offerte alle problematiche poste dalla natura duplice del comedien, che riunisce artista e opera d'arte in un unico individuo. Tutto cioè in un'ottica continentale, segnalando analogie, peculiarità nazionali, ma anche meccanismi di influenza e dibattiti che oltrepassano i confini geografici e linguistici fra i paesi europei.
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Il volume di Federico Di Chio racconta la storia del cinema americano in Italia, dalle origini alla Seconda guerra mondiale, come mai è stata raccontata, grazie al lavoro su dati inediti e documenti riservati, conservati presso archivi governativi e privati, sia italiani che americani. Il libro, intitolato "Il cinema americano in Italia", affronta tre ambiti di analisi indipendenti, ma intrecciati. Anzitutto la vicenda industriale e politica di Hollywood nel nostro Paese. Quanti film sono stati importati e quali? Come si sono mossi gli Studios nei riguardi delle varie autorità del regime e del Duce stesso? All'ambito industriale e politico si lega strettamente quello sociale e culturale. Che impatto ha avuto la cinematografia americana sui quadri valoriali, sul costume e sull'immaginario degli italiani? Infine i film. Quali film americani hanno avuto un particolare successo e perché? E quale influenza hanno avuto sul cinema di casa nostra e i suoi autori?
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