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Comunicare non vuol dire semplicemente "parlare" e trasmettere informazioni. Spesso ci si concentra troppo sull'assertività, dimenticando l'ascolto e ancor più la capacità di fare domande. E anche nel caso in cui, all'interno di un'organizzazione, si pongano domande, l'interlocuzione avviene con la presunzione di conoscere già le risposte. A parere di Schein, al contrario, bisognerebbe parlare meno e imparare a fare le domande giuste. Questo atteggiamento, che presuppone una buona disposizione all'ascolto, vale per tutti ma soprattutto per i leader delle organizzazioni. Un buon leader non dovrebbe solo saper orientare, dare direttive ed esprimere valori; dovrebbe anche capire quando è il momento di domandare e di mettersi in ascolto "con umiltà". Porre domande e fermarsi ad ascoltare genera un clima di reciproca fiducia e facilita la comunicazione dal basso verso l'alto, indispensabile nelle organizzazioni. Scrive infatti Schein che "in un mondo sempre più complesso, connesso e culturalmente diversificato non possiamo pensare di comprendere persone di cultura professionale, aziendale e personale diversa. Se non sappiamo fare domande e costruire relazioni fondate sul rispetto reciproco e sulla consapevolezza che l'altro possa essere a conoscenza di cose che potremmo aver bisogno di sapere, non possiamo interagire".
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Il colloquio clinico è una conversazione con uno scopo, quello di ottenere dati, motivare e informare. Molto spesso lo psicologo vorrebbe avvicinarsi a questa metodologia e ottenere informazioni di base utili a prendere decisioni orientate a un approfondimento oppure a risolvere questioni pratiche o dubbi procedurali e operativi. Si pone, in altre parole, delle domande alle quali talvolta non si trova facilmente una risposta immediata e chiara, e solo un esperto può aiutare. Questo libro, articolato in 100 domande su singoli aspetti del colloquio clinico, ciascuna con la propria risposta esplicativa, soddisfa proprio questa esigenza. Il libro è frutto non solo dello studio della tecnica del colloquio intrapresa dagli autori molti anni fa, ma anche della loro straordinaria esperienza didattica che ha permesso di focalizzare le domande più frequentemente poste da studenti, specializzandi e professionisti. Gli autori rispondono in modo chiaro, pratico e sintetico secondo un approccio cognitivo-comportamentale, che rende affascinante e suggestivo l'incontro con l'interlocutore. Rimandi a glossari, risorse esterne o altre domande-risposta, facilitano l'approfondimento dei vari temi.
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Perché il corpo viene trascurato dai processi educativi? Quali sono i codici di accesso alla corporeità? Può l'educazione al corpo promuovere l'accesso a forme di conoscenza inesplorate e con ciò innovative? Queste sono solo alcune delle domande che attraversano il libro e che gli autori provano a sviluppare. Pedagogisti, filosofi, sociologi, storici, medici e altre figure si sono dati appuntamento per setacciare il concetto di "corpo" nelle sue infinite possibilità e per restituirci un orizzonte di conoscenza tanto fecondo quanto trascurato. Il volume - suddiviso in tre parti e dedicato sia agli operatori dei mondi educativi sia agli studiosi - propone in primo luogo alcune "premesse educative", cui fa seguito una rassegna di "sguardi" sulla corporeità, per chiudersi con una sessione dedicata ad alcune esperienze da cui possono scaturire nuove prospettive educative e di senso. L'auspicio è quello di contribuire a una riflessione allargata sui temi della corporeità in relazione agli interventi educativi, provando a riprendere i presupposti del discorso pedagogico per allargarne il perimetro e gettarvi nuova luce.
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Una ricostruzione classica, ancora oggi insuperata per originalità di taglio interpretativo e freschezza di racconto, del pensiero filosofico italiano della prima metà del secolo. Come afferma lo stesso Garin nell'Avvertenza iniziale: "più che alle opere conchiuse nella loro definitiva compostezza, si è guardato alle riviste e ai giornali, in cui le dottrine si affacciarono dapprima, o in cui discesero poi a combattere in una polemica o a volgarizzarsi in una propaganda. (...) In altri termini, uomini e dottrine sono qui considerati come espressione di un tempo e, insieme, come forze che in un tempo agirono: non spiriti disincarnati, ma persone reali, che presero posizione in terra anche quando dichiararono l'inconcludenza sublime e l'oltremondanità del pensiero".
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Gli scritti qui proposti ripercorrono il significato della cura dell'anima che, secondo Jan Patocka, è il nucleo storico e concettuale su cui si fonda la tradizione occidentale di pensiero. Il concetto di cura dell'anima indica un radicale rivolgimento dello sguardo "in ciò che è", che cambia completamente l'atteggiamento etico e conoscitivo dell'uomo. Prendersi cura dell'anima significa in altre parole interrogarsi intorno al senso del proprio essere nel mondo problematizzando la relazione tipicamente umana nei confronti della verità. A partire dall'insegnamento platonico-socratico questa peculiare attitudine intuitiva diventa il motore spirituale di quel cammino storico e culturale cui diamo il nome di Europa. Il problema dell'eredità europea e della storicità radicale dell'esistenza, con la sua ineludibile tendenza al declino, viene ripreso in tutti i testi raccolti nella presente edizione italiana. A partire da diversi autori e temi di riferimento, emerge come urgente una riflessione che, oggi più che mai, interpella lo spirito deresponsabilizzato e avvilito dell'epoca "post-europea".
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I contributi qui raccolti analizzano il modo in cui le emozioni - come attenzione, empatia, pietà, amore - possono alimentare o contrastare le motivazioni alla cura e le sue pratiche, sia nella sfera privata che nella dimensione sociale e globale. Nel porre attenzione a temi cruciali come il nesso tra cura di sé e cura dell'altro, o il ruolo della sfera affettiva nel favorire una «buona cura», il volume non manca di evocare anche le emozioni più oscure - risentimento, rabbia, orgoglio - per lo più trascurate dalla riflessione teorica, che possono manifestarsi nella relazione di cura. Ne emerge un mosaico suggestivo che, riflettendo sulle complesse interazioni tra cura ed emozioni, riesce anche a illuminare la particolare complessità di entrambe.
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A partire dalle sempre più incalzanti questioni legate alla tecnica e attraverso il confronto, mai risolto e definito, tra l'uomo e la dimensione del "vivente", si aprono una serie di percorsi che mirano a rilanciare il tema dell'umano. "Postumano" e "animale", pur configurandosi come due polarità in un certo modo "altre", interrogano il senso dell'umano là dove sembra dileguarsi, in un confronto con alcuni tra i principali pensatori della contemporaneità, da Nietzsche a Sloterdijk.
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