Ultimi arrivi

Il volume propone alcuni scritti del semitista e islamista italiano Giorgio Levi Della Vida. Filo conduttore dei saggi: le caratteristiche e le vicende storiche e religiose di due popoli, l'ebraico e l'arabo, i cui incontri e conflitti sono di grande attualità. Le tematiche affrontate sono di notevole interesse; tra di esse, un rilievo particolare occupano quelle relative al rapporto tra Oriente e Occidente, tra Ebraismo e Cristianesimo, la visione di Dio nell'Antico Israele ed il predominio europeo sul mondo arabo e la formazione degli Stati contemporanei. Nonostante la complessità degli argomenti, la prosa è chiara e accessibile.
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Nulla sembra più effimero dei necrologi, rimossi rapidamente dall'immaginario collettivo per quella sorta di tabù che la nostra cultura ha creato per tutto ciò che richiama la morte. Ma, nel nostro caso, i necrologi dei vescovi cinesi, come dimostra questo pregevole volume, sono un materiale scottante per più motivi. Anzitutto per i soggetti considerati. I protagonisti dell'insolita pubblicazione sono tutti vescovi in comunione con il Successore di Pietro, cittadini della Cina e là deceduti tra il 2004 e il 2017. Il contenuto dell'opera ha il merito di fornire una mole impressionante di dati storici che sostituiscono una miniera per gli studiosi interessati alla Cina. Un elemento che accomuna tutti i presuli riportati nei necrologi è il triste corredo di patimenti, detenzioni o lavori forzati che hanno dovuto subire, senza però conservare risentimenti per l'amata patria, tratti che li rendono cittadini esemplari e cristiani eccellenti testimoni di fede.
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Quale fu il ruolo svolto, nella radicale trasformazione ottocentesca dell'Impero ottomano, dai cristiani ottomani (greci, slavi, armeni e arabi)? Essi rappresentarono comunità dinamiche, colte e cosmopolite, decisive nella modernizzazione dell'Impero grazie anche ai loro rapporti con il mondo europeo. Ma la coabitazione tra le diverse comunità etniche e religiose, su cui si fondava la costruzione imperiale, fu messa in crisi dall'irrompere del modello occidentale di nazione. Il contributo dei cristiani ottomani alla modernizzazione finì così per ritorcersi contro di loro. Ai primi del Novecento, prevalse un nazionalismo turco anti-occidentale che li considerava complici dell'imperialismo europeo. La crisi del pluralismo ha segnato la fine della civiltà ottomana, i cui effetti si fanno sentire ancora oggi, aprendo la strada ad una prevalenza dell'Islam nei paesi del Mediterraneo orientale e meridionale.
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As Volume One in the Sancta Crux/Halig Rod series, this collection of new research offers fascinating glimpses into how the way the cross, the central image of Christianity in the Anglo-Saxon period, was textualized, reified, visualized, and performed. The cross in early medieval England was so ubiquitous it became invisible to the modern eye, and yet it played an innovative role in Anglo-Saxon culture, medicine, and popular practice. It represented one of the most powerful relics, emblems, and images in medieval culture because it could be duplicated in many forms and was accessible to every layer of society. The volume speaks to critical issues of cultural interpretation for Anglo-Saxonists, medievalists of all disciplines, and those interested in cultural studies in general.
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Lo zen è la scuola buddhista più refrattaria a ogni pensiero concettuale, la più scettica nei confronti del linguaggio e della sua capacità di trasmettere quella viva verità che lo zen chiama a realizzare nel modo più diretto. La sfida di questo saggio di Byung-Chul Han consiste nel dispiegare filosoficamente il nucleo concettuale presente nel buddhismo zen in forma latente, poetica e sconcertante. Operazione non facile ma feconda, perché permette al nostro pensiero di aprire nuovi orizzonti di senso, di esperienza e di espressione. Il libro è impostato a tal fine in senso comparatistico: le grandi voci del pensiero europeo-occidentale, da Platone a Hegel e Heidegger, vengono messe a confronto con le intuizioni fondamentali del buddhismo zen. Piuttosto che cercare punti di contatto e di somiglianza, come talvolta è stato fatto, l'autore mira a far risaltare l'irriducibile originalità del buddhismo zen rispetto alle nostre familiari abitudini di pensiero. Al centro vi si staglia naturalmente l'intuizione del Vuoto. La negazione radicale che esso opera di ogni idea di sostanza e soggetto apre la realtà a un'insospettabile fluidità, e chiama l'uomo a un contegno di gentilezza amichevole nei confronti di ogni vivente.
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Si potrebbe dire di Medea ciò che dice Omero della nave Argo su cui essa ha viaggiato: è stata «raccontata da tutti». Tutti però l'hanno raccontata in modo differente. Nessuna delle più di quattrocento riletture letterarie, operistiche, cinematografiche, pittoriche ne ha restituito l'immagine completa e definitiva. Il suo nome è associato per sempre a un gesto inconcepibile - il figlicidio - ma Medea non ha una sola dimensione: è umana, ma è depositaria di saperi e poteri che trascendono quelli umani; è una donna, ma è più virile di tanti uomini; è passionale, ma non perde mai la sua lucidità; è una barbara, ma tiene testa a quanti passano per civilizzati, è portatrice di una cultura arcaica ma è emancipata più di qualunque donna greca, è una carnefice ma anche una vittima. Il suo segno è l'ambiguità. Medea incarna il diverso; compendia tutto ciò che è sospetto, inquietante, repulsivo, inaccettabile, e proprio per questo ci interpella sulla nostra capacità di includere nel nostro quotidiano ciò che non ci appare immediatamente omologabile. È una profuga che viene respinta da una nazione dopo l'altra e che uccide i figli forse anche volendo scongiurare loro una vita di vagabondaggio e di umiliazioni. Il destino di quest'antica migrante tocca nell'Europa di oggi dei nervi scoperti. Quando rivendica i suoi diritti di donna e di madre o quello di rimanere fedele alla sua cultura d'origine proviamo simpatia per lei; ma quando si spoglia della sua umanità per consegnarsi a un'alterità assoluta e insondabile non siamo più disposti a immedesimarci in lei. Trasferire, in tutto o in parte, sulle spalle degli 'altri' - ossia le nostre -le colpe di Medea equivale ad ammettere che Medea non è poi cosi 'altra'. Serve a esorcizzare il pensiero disturbante che Medea è, o potrebbe essere, una parte oscura di noi stessi. Del resto, le cronache di tutti i giorni ci dicono che le madri assassine non esistono solo nel mito, ma sono attorno a noi.
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This book introduces sociolinguistic criticism to New Testament studies. The individual essays cover a wide range of sociolinguistic theories (multilingualism, speech communities and individuals, language and social domains, diglossia, digraphia, codeswitching, language maintenance and shift, communication accommodation theory, social identity theory, linguistic politeness theory, discourse analysis, conversation analysis, register analysis, interactional sociolinguistics, ethnography of communication, etc.) that treat topics and issues pertaining to the language and sociolinguistic contexts of the New Testament, social memory, orality and literacy, and the oral traditions of the Gospels, and various texts and genres in the New Testament.
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