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Dopo la rivoluzione d'Ottobre, la ricerca artistica di Stanislavskij culmina nella regia della commedia di Beaumarchais "La folle giornata" o "Il matrimonio di Figaro", fondata sul metodo delle improvvisazioni e delle azioni fisiche. Il libro documenta i processi attivati da Stanislavskij nel lavoro di preparazione dello spettacolo attraverso le testimonianze degli attori, di quanti hanno collaborato alla messinscena e di chi, come Nekrasov, si è dedicato a valorizzare il percorso del maestro russo con la commedia di Beaumarchais, dopo aver preso parte per molti anni alla sua rappresentazione.
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Il saggio analizza l'allestimento de "Il giardino dei ciliegi" di Cechov, presentato da Peter Brook a Les Bouffes du Nord nel 1981. Prima, e finora unica, messa in scena di un testo cechoviano del regista inglese, rappresenta un momento di raffinata eleganza compositiva e di estremo rigore interpretativo. Con un implicito riferimento alla prima rappresentazione del Teatro d'Arte di Mosca, Brook decide di stemperare i toni tragici e cupi, svolgendo tutta la vicenda in un continuo movimento emotivo, dimostrando che le polemiche sul genere tra Stanislavskij e l'autore non erano speciose, bensì indicavano una linea interpretativa precisa e percorribile. Il risultato finale appare come una profonda riflessione sulla vita che sfugge.
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Prima antologia critica italiana di letteratura coloniale sullo spettacolo classico giavanese e balinese. Sono presenti saggi tradotti dall'olandese e inediti in lingua italiana, francese e inglese. Ricco apparato di note, bibliografia e iconografia. All'interno sono presenti saggi di Di Bernardi e Luijdjens. Il lavoro è frutto di una ricerca bibliografica presso le università dei Paesi Bassi. Il volume è stato recensito da Ferdinando Taviani in “Alfabeta” n.85, Giugno, 1986. Citiamo da Taviani: "Vito Di Bernardi e Adriano Luijdjens hanno composto un'antologia di scritti (coloniali) : siamo in gran parte negli anni Venti e Trenta, spesso nell'area della rivista olandese 'Djawa'. Sono scritti che fino ad oggi erano rimasti fuori dalle normali bibliografie sul teatro giavanese e balinese, ma che costituiscono una documentazione basilare intorno ad un 'classico' della cultura teatrale moderna. Perché bisogna sottolinearlo, nell'odierna cultura sullo spettacolo le rappresentazioni balinesi (come il No, il Kabuki, l'Opera di Pechino o il Kathakali) sono luoghi frequentati e presenti quanto la scena prospettica o la drammaturgia del melodramma".
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Jean-Louis Barrault ha attraversato la storia del teatro francese del XX secolo: dal 1931, anno del suo ingresso presso l’Atelier parigino di Charles Dullin, al 1987, data che segna il suo ritiro dalle scene nei panni di Scaramouche nell’ultimo degli spettacoli da lui diretti, Le théàtre de lafoire. Lo studio del suo percorso artistico ed umano, così come la conoscenza della rete di relazioni ed incontri intessuta con molti dei protagonisti della riforma teatrale novecentesca, permettono di mettere allo scoperto alcuni nodi cruciali della storia del teatro e di aprire nuove prospettive di analisi e di ricerca. Il presente volume non vuole ricostruire nella sua complessità tutta la carriera artistica di Jean-Louis Barrault, ma studiare un filone molto preciso all'interno della sua biografia che tocca soprattutto le origini, e appare presente nei tre mimodrammi che compongono il trittico del suo esordio: Autour d’une mère (1935), Numance (1937), Lafaim (1939) per poi riemergere costante nel tempo. La zona delle origini non sta ad indicare un ambito cronologico, ma piuttosto una zona seminale e sottostante che ha nutrito con continuità il lavoro di Jean-Louis Barrault e che in determinati momenti egli ha scelto di far riaffiorare in maniera più evidente; per esempio nella dimostrazione-spettacolo Le Langage du corps del 1979.L’eccellenza e l’interesse delle origini di Jean-Louis Barrault stanno tutte nel l’eccezionaiità dei suoi maestri e nella straordinaria vivacità degli ambienti politici e culturali in cui è avvenuta la sua formazione: un’esperienza che ha emblematicamente rappresentato la riserva inesauribile delle sue energie d’attore, indipendentemente dalle scelte estetiche compiute nell’arco della sua carriera. Questo libro, essenzialmente, vuole seguire il filo rosso di questa fonte di energia.
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Jerzy Grotowski's Journeys to the East is an unusual collection of facts, quotations, and commentaries documenting the real and metaphorical journeys of the Polish theatre director and 'teacher of performers' into a geographical and cultural dimension which we used to and still call the Orient.
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Más allá de las islas flotantes nos habla de antropología teatral, del concepto de entrenamiento, del valor del teatro y la cultura como elemento de trueque, de la historia del Odin Teatret; pero, por sobre todo y a través de todo ello, nos dice de la significación que puede adquirir el teatro para quien no solamente lo hace sino lo vive como una forma profunda de búsqueda hacia los interrogantes más vitales y hacia los puentes más válidos para la comunicación humana; lejos de los convencionalismos triviales, de las fáciles concesiones, de los conformismos tanto formales como éticos que hacen muchas veces del arte un páramo y no una escarpada cima donde en definitiva tal vez podamos encontrar aquello por lo que cada uno siente que vale la pena vivir identificado con su hacer.
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