Ultimi arrivi

"Il dramma ruota attorno a due avvenimenti: l'amore fra Ollanta, un capo militare, e Cusi Còyllur, la figlia dell'Inca supremo; e poi la ribellione armata di Ollanta per il rifiuto del sovrano alla loro unione. L'intera vicenda si svolge nel corso degli ultimi anni di vita dell'Inca Pachacùtec (che ufficialmente regnò dal 1400 al 1448) e fino agli esordi del figlio e successore Tùpac Yupanqui (al potere dal 1448 al 1482). È quest'ultimo che nell'opera viene presentato come esempio di umanità, magnanimità e buon governo; quindi è molto probabile che la rappresentazione del dramma facesse parte di quel ciclo di celebrazioni dedicate alla grandezza del "figlio del Sole", che di regola preparavano gli amauta e altri alti personaggi al momento dell'ascesa di un nuovo Inca. La tesi in favore dell'autoctonia di Ollantay poggia su antiche tradizioni e leggende diffuse sulle Ande centrali. In varie contrade circolava (e circola ancora) il ricordo di un ribelle di nome Ollanta..."
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The Palace of Eternal Youth is one of the most remarkable dramas in Chinese literature. It was written by Hong Sheng (1645-1705) in 1688, during the early years of the Qing (Manchu) Dynasty. It is a tragedy which takes as its theme the love between Emperor Ming Huang of the Tang Dynasty (618-907) and his favorite concubine Yang Yuhuan. For a thousand years this love story captured the imagination of poets, storytellers and dramatists, who used it over and over again in their works until it became one of the most popular historical romances in China. Though Hong Sheng's opera won immediate popularity and created a sensation in the literary world when it was published, the Manchu rulers distrusted it due to the nationalistic spirit which pervaded it. To this day, however, the opera is considered one of the most beloved stories in the Chinese theatrical tradition. This English edition, expertly translated from the Chinese by Yang Xianyi and Gladys Yang, remains the enduring standard
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"Il pregio di questo bellissimo libro del Macchia - scrive Eugenio Montale nella sua prefazione - è di avere studiato il senso della "misura sconvolta", dell'incrocio e della ibridazione dei vari generi in una letteratura che ha sempre professato ossequio alla teoria della distinzione degli stili".Tra esprit de finesse e esprit de géometrie e le creazioni degli eccentrici e degli irregolari, tra un ordine sempre sconvolto e un ordine sempre ricostituito si forma la tensione dialettica magistralmente indagata da Macchia in questi saggi, che si compongono in un discorso organico: dalla lotta per la ragione (Malherbe, la polemica sul Cid, il teatro di Racine, Boileau) al dramma di un moralista (La Rochefoucauld) dalla fortuna del Cortegiano in Francia ai romanzi di Madame de La Fayette, di Crébillon fils e di Laclos, dalla crisi della ragione nel Settecento, a Chateaubriand, Stendhal, Baudelaire, Valéry, Gide, Radiguet, Proust. La verità di queste pagine - osserva ancora Montale - "è fatta di verosomiglianza, di fedeltà ai testi e di intelligente misura. Macchia è uno di quei saggisti tipicamente italiani che sanno contemperare l'analisi psicologica e il giudizio estetico con un vivo senso della prospettiva storica"
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Da qualche anno, nei dibattiti televisivi o in presenza, si sente l'oratore di turno che non si risolve a terminare il suo intervento e dice «Un'ultima cosa e poi mi taccio». Si tratta di una lepida formula anticheggiante restata inconsapevolmente nell'orecchio dal canto di Farinata, uno dei più famosi: «qui dentro è 'l secondo Federico / e 'l Cardinale; e degli altri mi taccio». La memorabilità di questa clausola ha probabilmente generato questo uso imperversante, senza nessuna consapevolezza da parte di chi usa questa formula. La Commedia di Dante non è soltanto un esempio insuperato di creazione poetica, ma anche un serbatoio linguistico che nel tempo ha riccamente alimentato il vocabolario dell'italiano. L'eredità dantesca è fatta di parole ed espressioni dalla storia diversa. Alcune resistono nella nostra lingua fino a oggi, a volte cambiando in tutto o in parte il significato. Altre è stato Dante stesso a coniarle, o a usarle per primo in italiano. Ma in un'opera letteraria come la sua le parole non possono essere staccate dalla poesia, e così il libro si sofferma su alcuni casi esemplari, ne tratteggia il profilo in riferimento al contesto in cui occorrono e alle implicazioni di senso di cui sono portatrici. Serianni guida il lettore ad accostarsi al genio linguistico del nostro poeta nazionale.
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Non avevo molta voglia di parlare di me. Questa difatti non è la mia storia, ma piuttosto, pur con vuoti e lacune, la storia della mia famiglia», scriveva Natalia Ginzburg in Lessico famigliare. Chi parla si nasconde, si mette in secondo piano, perché i protagonisti sono gli altri membri della famiglia. Una simile operazione avrebbero compiuto nei decenni successivi autori come Marguerite Yourcenar, Günter Grass, Annie Ernaux, Oriana Fallaci, impegnati nel percorso a ritroso lungo i rami del proprio albero genealogico. Si realizza così un curioso rovesciamento: il discendente, colui che è stato generato, si trasforma in creatore, colui che genera i propri antenati riportandoli in vita sulla pagina scritta, o che quanto meno li osserva inosservato. Un'operazione ambigua, in cui, inevitabilmente, l'occhio di chi osserva ha un peso, più o meno rilevante. Il risultato è un genere ibrido, al confine tra il romanzo storico e le molteplici forme di scrittura del sé. Il rapporto tra verità e invenzione, i discorsi a tavola e i «lessici» condivisi, il sentimento di appartenenza alla propria classe sociale, l'incrocio tra individuale e universale, privato e pubblico, la storia collettiva guardata attraverso il filtro della storia privata sono solo alcune delle questioni affrontate.
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Il volume presenta una nuova edizione critica (con notevoli modifiche ed aggiornamenti rispetto a quella, precedente, del 2004), dei Rhetores Di Giacomo Leopardi, corredati da un'ampia introduzione ed un dettagliato commento. L'opera, scritta da Leopardi a sedici anni, nel 1814, è dedicata a quattro grandi scrittori della prima età imperiale: i greci Dione Crisostomo, Elio Aristide, Ermogene e, accanto ad essi, il latino Frontone: di essi il poeta di Recanati traccia un ritratto della vita ed un'analisi degli scritti. Il testo, assai importante anche perché rimasto pressoché inedito sino a pochi anni fa, testimonia i precoci e vari interessi di Leopardi: ad esempio quello per la retorica, che il poeta maturò con l'adesione alla coeva corrente letteraria del purismo. Allo stesso tempo, nei Rhetores si possono riscontrare momenti in cui affiora la personalità dell'autore giovinetto, con spunti che sarebbero stati ripresi nelle opere maggiori, fino allo Zibaldone. Essi, infine, si rivelano opera assai preziosa come testimonianza di antiquaria e storia della filologia dedicata ad un periodo della letteratura classica che ultimamente è stato fatto oggetto di proficue indagini storiografiche e critiche.
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Il passaggio dalla repubblica all'impero costituisce uno spartiacque epocale nella storia di Roma, in cui è Augusto, il condottiero vittorioso (imperator) che intraprende una poderosa opera di adattamento delle istituzioni ai tempi nuovi. Di questo ''guado'' furono protagonisti e interpreti i più celebri nomi della letteratura e della cultura latina: gli scritti di Tito Livio, Catullo, Lucrezio, Sallustio, Orazio, Giovenale, Tacito, Virgilio, Orazio, le testimonianze che questo volume presenta, costituiscono un variegato repertorio di voci che oscillano dall'encomio ufficiale all'intima condanna e offrono un quadro delle inquietudini e dei giudizi di quei poeti e prosatori che alla nostalgia per il ''buon tempo antico'' accompagnano la condanna per la degradazione sociale e morale cui, a loro giudizio, era, fin dal I secolo, irrimediabilmente condannata la civiltà romana
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