Ultimi arrivi

Since time immemorial, animals have played crucial roles in people’s lives. In Continental and Northern Europe, especially in the Migration Period and the Early Middle Ages, animals were both feared and revered. Varying and often ambivalent perceptions of fauna were expressed through everyday practices, religious beliefs, and the zoomorphic ornamentation of a wide plethora of objects that ranged from jewellery, weapons, and equestrian equipment to wagons and ships. This timely volume critically investigates the multivalence of animals in medieval archaeology, literature, and art in order to present human attitudes to creatures such as bears, horses, dogs, and birds in a novel and interdisciplinary way.The chapters gathered together here explore the prominence of animals, animal parts, and their various visual representations in domestic spaces and the wider public arena, on the battlefield, and in an array of ritual practices, but also examine the importance of zoomorphic art for emerging elites at a time of social and political tensions across Scandinavia and the oft-overlooked Western Slavic and Baltic societies. This innovative book draws together scholars from across Europe in order to pave the way for a nuanced international and interdisciplinary dialogue that has the capacity to substantially increase our perception of human and animal worlds of the Early Middle Ages.
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Storico comunista, Ernesto Ragionieri (1926-1975) è stato una delle figure di punta della storiografia italiana nel terzo venticinquennio del Novecento. Tommaso Detti, Giovanni Gozzini, Renato Monteleone, Claudio Pavone, Federico Romero, Mario G. Rossi, Gianpasquale Santomassimo, Simonetta Soldani, Luigi Tassinari, Gabriele Turi, Stuart J. Woolf e Renato Zangheri ne ricostruiscono in questo volume la biografia intellettuale. I loro saggi mettono in luce gli ambiti diversi della produzione scientifica di Ragionieri: la storia del movimento operaio, del socialismo e del comunismo, la storia locale, la storia politica e istituzionale dell'Italia contemporanea. In ciascuno di questi campi, come più in generale nel rapporto fra storia e politica - centrale in Ragionieri e negli storici della sua generazione -, il volume è anche un'occasione per misurare quanto cammino e quali strade abbia percorso la storiografia italiana in raffronto con i grandi mutamenti sopravvenuti nella storiografia internazionale.
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Il titolo del saggio di Sergio Bucchi si rifà a un prezioso suggerimento di Norberto Bobbio: la «non filosofia», esibita da Salvemini in polemica col neoidealismo dominante, fu in realtà una filosofia saldamente radicata nella tradizione empiristica o, meglio, secondo la sua stessa definizione una forma di empirismo «disincagliata dai semplicismi e dalle spavalderie degli "illuministi" e dei "positivisti"». È lo stile di pensiero che si realizzò concretamente in un'interrogazione, mai interrotta, sulla storia e sulla democrazia. Alla metodologia della storia Salvemini dedicò il suo esordio nella carriera accademica, facendone poi il banco di prova delle sue più importanti imprese storiografiche, dal libro sulla Rivoluzione francese alla ricostruzione del difficile cammino della democrazia italiana, tema che l'avvento del fascismo rese ancora più urgente. Ancora una volta fu la storia a preparare il terreno alla riflessione teorica. Via via che si faceva più stretto l'assedio dei totalitarismi, la difesa della libertà e delle istituzioni democratiche diventava il compito principale cui erano chiamati gli intellettuali; un compito di cui Salvemini seppe farsi pienamente carico negli anni dell'esilio americano, sviluppando una serie di riflessioni che costituiscono uno dei contributi più originali alla definizione del concetto di democrazia. Più che come la biografia esaustiva di Salvemini - che attende ancora di essere scritta - "La filosofia di un non filosofo" è piuttosto il tentativo, appieno riuscito, di fornire il senso complessivo dell'esperienza culturale e politica di uno dei più originali intellettuali italiani del Novecento.
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In Ruanda come nella ex Jugoslavia, in Medio Oriente come nell’ex Unione Sovietica, abbiamo assistito in questi ultimi anni a conflitti sanguinosi e violenti che pensavamo ormai impossibili dopo la fine della guerra fredda e la caduta del Muro di Berlino. Quali sono le cause e le caratteristiche di queste nuove guerre’ E quali le possibili risposte della comunità internazionale’ Nell’epoca della globalizzazione - sostiene Mary Kaldor - la guerra non è più monopolio degli stati nazionali né, come voleva von Clausewitz, "la continuazione della politica con altri mezzi". Al suo posto c’è un nuovo tipo di violenza organizzata, in cui confluiscono ragioni militari e criminalità, economia illegale e violazioni dei diritti umani. Basti pensare alla diversa proporzione tra vittime militari e civili: se nelle guerre d’inizio secolo era di otto a uno, e durante il secondo conflitto mondiale raggiungeva la parità, oggi muore un militare ogni otto civili. Per fronteggiare questa situazione, non basta appellarsi a generici interventi umanitari. Occorre invece comprendere a fondo la logica delle nuove guerre. E urge dare vita a un progetto di stampo cosmopolita volto a ricostruire le istituzioni politiche, le relazioni economiche e le risorse sociali adeguate ad una convivenza civile.
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