Ultimi arrivi

L'indagine condotta in questo volume ricostruisce l'insieme di dottrine e di pratiche istituzionali tese a dare al Leviathan un aspetto umano, limitandone il potere in base a regole predeterminate e stabili. Quest'obiettivo è stato raggiunto con il costituzionalismo democratico che è l'esito più raffinato del processo di "civilizzazione statuale", interazione reciproca tra la struttura istituzionale e la disposizione psicologico-sociale che la sostiene e la alimenta risultandone a sua volta rafforzata. Da questa osservazione storica si ricava un principio di fondamentale importanza nella cultura politica e giuridica dell'Occidente: la realizzazione della libertà democratica passa ineludibilmente attraverso la costruzione di saldi ancoraggi alla statualità. Nelle società contemporanee sembra si stia realizzando, invece, un capovolgimento di quei grandi princìpi conquistati nella lunga "lotta per il diritto", con la conseguenza letale di un aumento smisurato del potere giurisdizionale.
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Lo scritto esamina la disciplina in materia di società innovative a responsabilità limitata volta ad incentivare l'apertura al capitale di rischio, in quanto tale modello societario è divenuto lo strumento d'elezione per lo svolgimento di attività ad alto valore innovativo, destinatario di numerose norme di privilegio. L'analisi propone una ricostruzione della disciplina delle società innovative in forma di s.r.l. valorizzandone l'autoreferenzialità e tentando una lettura in chiave dispositiva della stessa, volta a riconoscere un ampio ruolo all'autonomia delle diverse categorie di soci, quali soggetti perfettamente in grado di disciplinare autonomamente i reciproci rapporti contrattuali e di individuare l'assetto organizzativo-partecipativo ad essi più congeniale.
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Oggetto del presente volume di studi sono alcuni istituti che si caratterizzano, quanto meno in principio, per rappresentare espressione diretta dell’autonomia privata, nel delicato territorio oggi interessato dal Codice della crisi d’impresa e dell’insolvenza. Si tratta di istituti – gli accordi di ristrutturazione dei debiti, i piani attestati di risanamento e le convenzioni di moratoria – introdotti nel nostro ordinamento a far data (almeno i primi due; il terzo è più recente) dalla riforma “organica” della legge fallimentare del 2005-2007 e sui quali il Codice sembra aver scommesso con decisione per il perseguimento di uno degli obiettivi prioritari del nuovo sistema della regolamentazione della crisi delle imprese, ossia la salvaguardia della continuità aziendale. Come il primo volume della Collana, dedicato ai gruppi, anche questo raccoglie i contributi di studiosi di diverse università italiane, con l’intento di offrire una visione multidisciplinare e il più possibile completa delle numerose e delicate questioni che ruotano intorno a tali istituti, di cui vengono altresì indagate le potenzialità applicative.
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Il tema dell’equità merita di essere esplorata più da vicino di quanto non sia stato fatto sino ad ora. Senza voler troppo anticipare gli esiti di questo studio, si avrà modo di verificare, ad esempio, come la visione neraziana, proprio filtrata attraverso la lente dell’aequitas, mentre raccoglie con fermezza taluni risultati consolidati dell’interpretatio prudenziale, ne proponga di nuovi che di fatto ritroveremo nelle opere dei giuristi successivi, soprattutto dei severiani e in specie di Paolo. Volendo quindi percorrere tale direzione di ricerca, bisogna partire proprio dalle membranae perché è al loro interno che si incontrano tre frammenti in cui appare il termine aequitas, D. 6.2.17., Ner. 3 membr.; e il sintagma aequum est, D. 27.10.9, Ner. 1 membr.; D. 46.7.16, Ner. 3 membr. In connessione a questi passi, la dottrina giustamente considera quattro ulteriori testimonianze in cui l’utilizzo di termini come aequus e aequum, appaiono comunque riferibili a Nerazio. Da altra angolazione, vi sono da sviluppare talune considerazioni di carattere più approfondito sull’equità come criterio invocato da Nerazio per la soluzione dei casi alla sua attenzione e che mi riserverò di svolgere più avanti nel corso delle successive pagine, avendo presente che, pur in questa rilevata esiguità quantitativa, le soluzioni ivi riferite contengono tracce estremamente significative della scepsi del giurista e, non escludo, come si accennava poc’anzi, persistenti anche presso la giurisprudenza successiva. Il lavoro dunque procederà attraverso l’esame dapprima dei tre frammenti contenuti nelle membranae e pertanto sicuramente riferibili a Nerazio; per poi continuare con l’analisi delle ulteriori quattro testimonianze in cui comunque il giudizio di equità sembrerebbe doversi far risalire al giurista sannita. (dall'introduzione)
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Il tema dei patti successori sta assumendo sempre maggiore rilevanza a livello europeo e diverse sono le spinte volte a determinarne l'accoglimento nei Paesi in cui ancora sussiste un divieto di tali convenzioni. Il presente elaborato mira ad approfondire diacronicamente l'istituto (con particolare riferimento ai patti successori istitutivi), così da acquisire una conoscenza 'cumulativa' dello stesso e delle ragioni alla base del suo divieto o del suo accoglimento nei tre ordinamenti giuridici considerati: quello italiano, quello svizzero e quello romano. Nel primo capitolo, dedicato al diritto italiano, si analizza la disciplina della nullità delle tre distinte tipologie di patti successori (istitutivi, dispositivi e rinunciativi) riconducibili nell'alveo dell'art. 458 c.c., individuando altresì gli elementi essenziali che permettono di qualificare una convenzione come patto successorio e mettendo in luce le ragioni addotte tradizionalmente dalla dottrina e dalla giurisprudenza a giustificazione della nullità di tale istituto. Segue poi una parte dedicata a talune figure 'grigie' e controverse (quali le donazioni a causa di morte, il patto di famiglia, il mandato post mortem ecc.), delle quali è messa in luce la similarità con il patto successorio e, talvolta, l'identità con esso. L'argomento è poi studiato anche in relazione alle nuove esigenze percepite all'interno del territorio nazionale e alla nuova disciplina di diritto comunitario (Regolamento UE n. 650/2012). Si presenta infine quella che si ritiene essere la reale ragione alla base del divieto oggi vigente in Italia, ossia la tutela degli stretti familiari del de cuius. Il secondo capitolo è dedicato all'ordinamento elvetico, nel quale, al contrario che nel diritto italiano, l'istituto non solo è accolto, ma costituisce uno dei mezzi più frequentemente adoperati per pianificare la successione degli individui e delle piccole e medie imprese. Infine, l'ultimo capitolo è volto all'analisi dell'istituto del patto successorio nel diritto romano. Al contrario di quanto tradizionalmente ritenuto, in questo ordinamento un divieto dell'istituto non è mai stato sancito in termini generali e astratti. Si indaga quindi la veridicità delle tradizionali affermazioni che vedono il fondamento del presunto divieto del patto successorio istitutivo nella sua immoralità e nella necessità di assicurare al de cuius la più ampia libertà di revoca delle disposizioni relative alla sua successione. In relazione al primo aspetto, le testimonianze pervenuteci sembrano avanzare giudizi di immoralità solo relativamente al patto successorio rinunciativo, a quello dispositivo e alle obbligazioni di istituire erede; in relazione al secondo, la revocabilità del testamento e il riconoscimento dell'importanza della libertà di revoca sono stati in realtà raggiunti in seguito a un'evoluzione storica dell'istituto. A tal proposito la portata del famoso principio ambulatoria est voluntas defuncti usque ad vitae supremum exitum (D. 34.4.4) deve invero essere ridimensionata e ricondotta al contesto cui è riferita. Dopo un breve excursus sul patto successorio rinunciativo e sulla successione necessaria, il volume si conclude tentando di individuare la ragione o, meglio, le ragioni poste alla base del divieto dei patti successori istitutivi a titolo universale nel diritto romano.
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Il volume espone in maniera chiara e completa l’evoluzione storica dei sistemi costituzionali e le loro caratteristiche. Partendo da un inquadramento storico sull’origine e la diffusione dei sistemi giuridici e sulla nascita dello Stato moderno, gli Autori delineano le peculiarità dei diversi tipi di stato (stati autoritari, stato sociale, stati federali, regionali e unitari). Infine, gli Autori si soffermano sui diversi tipi di revisione e di controllo costituzionale esistenti (Corti costituzionali, Ombudsman) e sui sistemi di giustizia amministrativa. L’Opera, manuale di riferimento in materia, è un mezzo necessario ed utile allo studente universitario per la preparazione degli esami di diritto costituzionale, diritto pubblico e diritto pubblico comparato.
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La ricerca, che ha per oggetto lo studio delle citazioni nominative dei giuristi presenti nelle costituzioni inserite nel Codex repetitae praelectionis , si articola in quattro capitoli. I primi tre sono dedicati all’analisi delle singole costituzioni contenenti i richiami diretti dei prudentes con un distinguo tra le leges emanate prima dell’avvio dei lavori delle Pandette, quelle finalizzate alla risoluzione di singole questioni controverse, ossia quelle annoverabili tra le c.d. quinquaginta decisiones e le altre constitutiones emesse durante la compilazione dei iura ( constitutiones ad commodum propositi operis pertinentes ). Per ciascuna costituzione si procede ad esegesi prestando particolare attenzione alla citazione giurisprudenziale in essa inserita, non senza far ricorso alla Palingenesia iuris civilis di Otto Lenel e operando, ove possibile, il confronto con i passi conservati nei Digesta . Nel quarto capitolo si espongono i risultati cui giunge la ricerca, sottolineando l’atteggiamento assunto dalla cancelleria giustinianea e dai commissari deputati alla redazione della raccolta dei iura nei confronti dei singoli autori classici e delle rispettive opere.
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Il volume contiene una ricca documentazione relativa alla carriera accademica di Carlo Alberto Biggini. Si tratta di materiale prevalentemente basato sulle lettere inviate da quest’ultimo al suo maestro Antonio Falchi, la cui lettura consente la conoscenza di un giurista che nel dopoguerra fu trascurato dagli studiosi che ne videro il prevalere della militanza politica rispetto al reale valore scientifico.
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La monografia va a colmare una lacuna: in anni recenti, a quanto mi risulta, non sono rare ricerche sugli interdetti de cloacis contenute in opere più generali, ma non è mai stata pubblicata una ricerca esclusivamente dedicata alla tutela interdittale approntata nell’Editto pretorio in favore dei sistemi di smaltimento delle acque. Essa è, si può dire, l’esito inevitabile dell’itinerario scientifico percorso dall’autore, iniziato nel 2012 con un contributo sulle azioni popolari, proseguito l’anno successivo con un lungo articolo sulla tutela interdittale dei loca publica e approdato finora ad un importante saggio del 2016 proprio sulla tutela interdittale delle cloache private che funge, in un certo senso, da struttura portante della monografia. In realtà il tema oggetto dell’indagine di Michele Giagnorio offre una serie di spunti di grandissimo interesse, essendo situato alla confluenza di tanti percorsi di ricerca diversi tra loro. La verifica della congruenza tra le risultanze archeologiche e quanto si può desumere dalle fonti è uno dei punti più interessanti. Lo studioso pugliese è consapevole che una ricerca avulsa da un’indagine preliminare dei Realien rischia di rimanere su una nuvola di astrattezza che non tiene conto delle componenti pratiche e spesso contingenti che costringono il legislatore o, a Roma, il pretore ad interveni-re. In definitiva il diritto è sempre l’altra faccia della vita concreta, perché hail compito di disciplinare i comportamenti umani. (dalla prefazione di Mario Fiorentini)
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